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I primi impieghi della polvere nera avvennero per certo allo stato di polverino, con problemi di trasporto perché sui carri i tre componenti tendevano a separarsi per gravità essendo di densità diverse. Tuttavia, già nel 1445 si granulavano le polveri per le artiglierie, perché un manoscritto dell'epoca dice che le polveri erano lavorate con i pestelli e confezionate in forma di pallottole, aggiungendo che tali polveri avevano una maggior forza di quelle usuali. A partire da quell'epoca, comunque, tutte le opere che trattano della polvere nera la descrivono in grani più o meno minuti, in funzione dell'impiego e della vivacità richiesti. Non sappiamo esattamente chi inventò la granulazione, ma è certo che, almeno da alcuni, veniva già praticata nel 1445. Infatti un manoscritto dell'epoca dice che le polveri erano lavorate con i pestelli, e quindi confezionate in forma di pallottole, aggiungendo che queste polveri avevano maggior potenzialità di quelle utilizzate allo stato di polverino. E' possibile comunque che la scoperta sia avvenuta per caso: se una certa quantità di polvere fosse stata bagnata, ad esempio dalla pioggia, e poi fatta seccare al sole, si sarebbero formati dei grumi durissimi che avrebbero suggerito l'idea. La polvere granulata, oltre a consentire la regolazione della vivacità in funzione della dimensione dei grani, non si separava nei suoi tre componenti durante il trasporto. La polvere, inizialmente, veniva granulata rompendo con un mazzuolo di legno le schiacciate che provenivano, ancora umide, dai pestelli; e forzandole a mano attraverso opportuni setacci. L'importanza di una buona e regolare granulazione venne compresa quasi subito, e quindi si cercò ben presto di sostituire il metodo manuale con qualcosa di più automatico, che garantisse un prodotto più costante. Il sistema più antico, adatto alle polveri ottenute con i pestelli, fu il granitoio francese. Era costituito da parecchie serie di tre setacci sovrapposti e solidali tra loro, messi in moto da un albero a gomito che imprimeva un movimento circolare. Nel setaccio superiore veniva posta la schiacciata frantumata dai mazzuoli, coperta da un pesante disco di legno che aveva la funzione di spingerla attraverso la tela di fondo e di frantumarla ulteriormente. Il secondo setaccio era collegato a quello superiore da un canale che partiva dalla sua pe-riferia ed era orientato in senso opposto al movimento circolare. I pezzi troppo grossi per passare attraverso la rete erano così riportati, per forza centrifuga, sotto il disco frantumatore che li sminuzzava ulteriormente. L'introduzione delle botti tritatorie nel metodo di lavorazione suggerì di utilizzare un sistema simile anche per la granulazione. Le prime botti-granitoio erano identiche a quelle tritatorie, ma con le pareti laterali costituite da una tela metallica, di bronzo, attraverso cui usciva la polvere, che veniva sminuzzata da pesanti sfere di legno duro introdotte all'interno insieme alla schiacciata. Il sistema venne perfezionato ben presto utilizzando, per la periferia della botte, due tele metalliche di differente finezza disposte a breve distanza tra loro. Un canale simile a quello esistente tra il secondo ed il primo setaccio del granitoio francese riportava all'interno della botte le parti di schiacciata troppo grosse per passare attraverso la secon-da tela, perché venissero ulteriormente frantumate dalle sfere di legno. Un miglioramento del sistema, introdotto nel 1795, è la botte Champy. Questa si basa sulla proprietà che hanno le farine ternarie di agglomerarsi in pallottole quando vengano suffi-cientemente agitate allo stato umido. Nella botte venivano introdotti dei granelli di polverino ed una certa quantità di farine ternarie. Messa in movimento la macchina, sulle farine veniva spruzzata acqua, ed allorchè le farine della carica inziale erano giunte al voluto grado di umidità, ed avevano iniziato a raggrupparsi intorno ai nuclei di polverino della carica iniziale, si aggiungevano altre farine, finchè le pallottole di polvere che si stavano formando avessero raggiunto il diametro voluto. La botte veniva quindi svuotata ed il contenuto inviato ai setacci, per separare le varie graniture ottenute. Maturalmente, per via della bassa densità delle pallottole di polvere così ottenute, esse erano idonee solo all'impiego per cariche di mina di qualità inferiore. La botte Champy aveva peraltro il vantaggio di poter lavorare direttamente, e senza pericolo di esplosione, le polveri impalpabili provenienti da altre lavorazioni, per cui rimase in uso a lungo. Il sistema più moderno fu comunque quello del granitoio a cilindri, inventato dal colonnello inglese Congrave nel 1819. Questo consta di tre coppie di cilindri. La prima presenta delle piramidi dell'altezza di circa un centimetro, disposte in modo tale che le sporgenze di un cilindro si accoppino agli incavi dell'altro. La seconda coppia è simile, ma con piramidi dell'altezza di tre millimetri, e la terza coppia è liscia. I cilindri possono essere accostati o allontanati tra loro della misura voluta. Le tre coppie sono disposte dall'alto verso il basso, un po' sfalsate, e sotto le prime due vi è un setaccio vibrante, inclinato, lungo il quale le parti insufficientemente granulate scorrono verso la successiva coppia di cilindri. Al granitoio a cilindri vengono inviate le schiacciate già essicate preventivamente, dopo una stagionatura di circa otto giorni. La polvere che se ne ottiene ha la tipica forma in scagliette lamellari. L'essicazione delle schiacciate poteva avvenire sia naturalmente, esponendole all'aria ed all'azione diretta del sole, sia artificialmente. In quest'ultimo caso essa è data da una corrente di aria calda, prodotta da una caldaia a vapore che - annota il Molina - doveva essere lontana almeno cento metri da quella che egli definisce la parte esplosiva dello stabilimento. Il vapore, condotto da lunghi tubi, circolava in una serpentina di rame, ed un apposito ventilatore forzava l'aria attraverso la serpentina e la inviava calda ai locali di essicamento. Altri sistemi sperimentati furono quello dell'essicazione ad aria fredda, fatta preventivamente passare attraverso strati di cloruro di calcio o di calce viva per deumidificarla, e l'essicazione a vuoto, sotto una campana pneumatica. Quest'ultimo metodo tuttavia, pur dando ottimi risultati, risultò troppo costoso. L'essicazione e la granitura non erano comunque l'ultimo passaggio di lavorazione prima del confezionamento. La polvere granulata ha la superficie ruvida al tatto, ed è di forma irregolare, con spigoli vivi, friabile e porosa. La lisciatura della polvere granulata, levigando la superficie e turando i pori, ne diminuisce l'igroscopicità e ne impedisce la decomposizione in polveraccio impalpabile. L'aggiunta di grafite durante la lisciatura, che avveniva in grandi buratti, dava una particolare lucentezza ai grani di polvere e la rendeva poco igroscopica, pronta per il confezionamento e la spedizione. Questo è stato, fino all'epoca dei nostri bisnonni, il metodo, continuamente aggiornato, per produrre l'unico propellente noto: la polvere da sparo.

Marco Baiocchi

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