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Preparazione della polvere
Le proporzioni di salnitro, carbone e zolfo usate in Italia
nella seconda metà del secolo scorso erano, su base
100, di 75, 15 e 10 per le polveri da cannone; 78.5, 11.5
e 10 per le polveri da caccia e di 66, 16 e 18 per le polveri
da mina. Le polveri da mina per impieghi particolari, come
ad esempio quelle utilizzate nelle cave di marmo, che dovevano
staccare pezzi ben determinati senza polverizzarli, erano
prodotte con la proporzione di 10, 14 e 16. I dosamenti dovevano
tener conto dell'umidità dei componenti, in particolare
del carbone, e del fatto che durante la macinatura la polvere
impalpabile di carbone tendeva a separarsi dalla massa e disperdersi
nel pulviscolo atmosferico. Nei primi tempi le operazioni
di triturazione, mescolamento e compressione dei componenti
erano eseguite in una sola volta. Fino alla metà del
Cinquecento, i componenti venivano posti in un mortaio di
pietra e di legno duro, bagnati con acqua, con aceto e talora
con componenti più esoterici (orina di uomo dai capelli
rossi), e pestati con un pestello di legno duro, per ottenere
una schiacciata che veniva poi triturata ed asciugata. Il
metodo venne perfezionato con mortai multipli, scavato in
una grandissima tavola di quercia, lunga da 5 a 6 metri e
spessa almeno 60 centimetri, fissata al suolo. Il fondo dei
mortai era costituito da un cilindro di legno durissimo disposto
nel senso longitudinale delle fibre. Su questi mortai battevano
dei pestelli costituiti da travi di legno terminanti con una
massa di bronzo piriforme, che venivano sollevati da un rudimentale
albero a camme mosso da una ruota ad acqua e ricadevano per
gravità. Nei primi tempi i tre componenti della polvere
erano introdotti contemporaneamente nei mortai, ed erano battuti
10 ore per la polvere da cannone, e 20 ore per quella da fucileria.
L'inconveniente possibile, naturalmente, era l'esplosione,
susseguente all'accensione spontanea del polverino di carbone
che non riusciva ad incorporarsi nel miscuglio. La storia
degli esplosivi è segnata dalla forte sproporzione
che vi è tra la lievità delle cause di incidenti
e gli effetti dei medesimi. Il processo venne quindi perfezionato
introducendo separatamente gli ingredienti nel mortaio: prima
veniva battuto il carbone umido, e dopo mezz'ora si introducevano
lo zolfo ed il salnitro, e si riprendeva a battere, bagnando
il composto di tanto in tanto per mantenere il giusto grado
di umidità. Il rischio era costituito dalla possibile
formazione, tra il pestello ed il fondo del mortaio, di una
massa indurita che sarebbe potuta esplodere. Questo veniva
evitato travasando periodicamente il miscuglio da un mortaio
all'altro. Il travaso avveniva ogni ora, e la durata della
battitura era di 12 ore per la polvere da cannone e di 24
per quella da fucileria. Al termine, il composto veniva la-sciato
sotto battitura per due ore consecutive senza travasi, per
poter ottenere una schiacciata che si potesse granulare. Un
sistema diverso, inventato verso la fine del Cinquecento ma
diffusosi molto lentamente per via della scarsa sicurezza
iniziale, era quello delle macine. Queste erano costituite
da una coppia di pesanti cilindri, disposti con l'asse orizzontale,
che facevano un doppio movimento di rotazione e di circolazione
su un bacino circolare. La rotazione avveniva alla velocità
di 10-12 giri al minuto, ma poteva essere molto rallentata
in modo che i cilindri agissero come presse per ottenere la
schiacciata finale. L'interasse delle macine era calcolato
in modo che esse compissero anche uno strisciamento sul fondo
del bacino, allo scopo di migliorare l'efficienza della triturazione
e del mescolamento, e la distanza dall'asse centrale era disuguale
per poter comprimere in modo uniforme tutta la massa. Quattro
raschiatoi uniti alle macine provvedevano a staccare le parti
compresse che rimanevano attaccate alla periferia della macine
o al fondo del bacino e a ributtarle nella massa. Le prime
macine erano di pietra,come il bacino su cui lavoravano, ed
avevano il difetto di poter assorbire o rilasciare, in funzione
dell'umidità dell'aria, l'acqua usata per inumidire
gli ingredienti. Questo poteva portare ad una massa troppo
umida, difficile da granulare; poteva dare polveri di differenti
densità, poco costanti, ed infine poteva dare una massa
troppo asciutta. Se a quest'ultima condizione si aggiunge
che le macine potevano scheggiarsi e mescolare alla massa
in triturazione dei pezzetti di pietra, l'esplosione era in
agguato. Non dobbiamo pensare che le esplosioni appartengano
solo ai secoli passati: è la lavorazione stessa della
polvere ad essere pericolosa. In America, nei primi anni '70,
una tonante esplosione rase la suolo la fabbrica che Iréné
Du Pont aveva fondato quasi due secoli prima. Una nota di
colore: un testo inglese del Settecento suggerisce di usare
macine azionate da un asino, aggiungendo però che non
è proprio necessario stare vicini all'asino. Il sistema
delle macine divenne più sicuro dopo l'invenzione dell'altoforno,
quando le macine ed il bacino poterono essere realizzati in
ghisa; ulteriori perfezionamenti si ebbero con l'introduzione
separata dei componenti nel bacino, come nel sistema dei pestelli,
e con la costruzione di macine che lavorassero ad una breve
distanza, un paio di millimetri,. dal fondo del bacino.
I componenti, per evitare il sollevamento del polverino
e la sua autoaccensione, erano triturati preventivamente e
separatamente. Tuttavia il sistema, pur dando una polvere
più densa e quindi più potente e costante rispetto
a quello dei pestelli, mantenne sempre una maggiore pericolosità.
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