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Il carbone
L'ingrediente più facile da ottenere era il carbone,
ben noto sin dall'antichità. Doveva essere carbone
di legno dolce, da essenze di salice e nocciolo, oppure da
tralci di vite o sambuco. Il migliore, fin dagli inizi, risultò
quello dei canapacci, o canapoli, steli di canapa che dovevano
essere carbonizzati fino ad un colore marrone-rossiccio. Per
via di questa carbonizzazione poco spinta, portata all'estrema
conseguenza dell'usare come materiale base la paglia di segale
torrefatta a 150 gradi, la polvere della Marina tedesca, brevettata
nel 1882, era nota come "polvere cioccolata". Il
carbone fu ottenuto per secoli, ed ancor oggi talvolta lo
è, dalle carbonaie. Per realizzare una carbonaia si
piantava al centro di uno spiazzo livellato un palo, attorno
al quale si disponevano orizzontalmente, come raggi di una
circonferenza, i bastoni e rami più grossi, riempiendo
gli interstizi con legni di minor grandezza o con schegge
di legno. La sovrapposizione di più strati di circonferenza
decrescente dava alla catasta la forma approssimativa di un
tronco di cono. Si aveva l'avvertenza di lasciare un po' di
spazio intorno al palo centrale, creando così un camino.
La catasta veniva ricoperta di zolle erbose, ed accesa introducendo
dal camino schegge di legno infiammate. Si aprivano quindi
dei piccolo fori nella copertura alla base della catasta,
quando tutta la massa di legno era incandescente si copriva
il tutto con uno spesso strato di terra e si lasciava raffreddare.
Una variante di questo metodo consisteva nel preparare delle
buche, rivestite internamente di mattoni refrattari, ed accendere
la legna all'interno di esse, disponendola molto stretta per
diminuire l'attività del fuoco. Quando la legna era
tutta incandescente, si copriva la fossa con coperte di lana
bagnate e con argilla e si lasciava raffreddare. Un perfezionamento
del metodo faceva avvenire la carbonizzazione in grosse caldaie
di ghisa, che disponevano di un coperchio di lamiera muniti
di sfiatatoi richiudibili per lasciar uscire i fumi. Il rendimento
del sistema era di circa il venti per cento. Questi metodi
tuttavia, non essendo possibile regolare se non grossolanamente
la temperatura di carbonizzazione, fornivano un carbone dalle
caratteristiche irregolari, per cui, quando furono scoperti
metodi migliori, vennero relegati alla sola produzione del
carbone per le polveri da mina ordinarie. Con lo sviluppo
della tecnologia, un prelato inglese, il vescovo Landloff,
mise a punto verso la fine del Settecento il metodo di carbonizzazione
per distillazione, che consentiva di ottenere il carbone a
temperature ben determinate e regolabili, generando così,
a piacere, il normale carbone nero o quello rossiccio più
adatto alla fabbricazione della polvere.
L'impianto consisteva in coppie di cilindri di ghisa ermeticamente
chiusi, ma muniti di condotti per lo scarico dei liquidi e
dei gas di distillazione, all'interno dei quali si introduceva
il legname. Una struttura in muratura che circondava i cilindri
a breve distanza da essi, convogliava i fumi e provvedeva
al riscaldamento omogeneo di tutta la loro superficie. I gas
di distillazione venivano convogliati sotto i cilindri e bruciati,
contribuendo al riscaldamento della massa legnosa. Il colore
assunto dalla fiamma dei gas, rosso vivo all'inizio, poi più
spento ed infine azzurro, consentiva di stabilire a che punto
fosse la distillazione. Il carbone così ottenuto veniva
lasciato raffreddare per tre giorni ed estratto a mano. I
pezzi non sufficientemente carbonizzati, che manifestassero
ancora una consistenza legnosa, venivano collocati al centro
dei cilindri quando si effettuava la carica successiva. Il
rendimento della distillazione era circa doppio di quello
ottenuto con i metodi della catasta o delle fosse, e poteva
raggiungere anche il 40% in funzione del legname usato e della
sua stagionatura. Il rendimento degli steli di canapa era
del 37%.
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