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E la torta? Se ne deve l’invenzione al Medioevo: un
recipiente di pasta, messo al forno o fra “testi”
roventi, di pietra o di coccio, con il duplice scopo di contenere
e cuocere un ripieno. Estremamente pratico, facile da realizzare
e da conservare, esso si diversifica immediatamente negli
usi, con farce più o meno complesse e costose, senza
perdere però la propria base culturale comune, cittadina
e contadina, signorile e popolana.
Di pesce in un accampamento se ne usava poco, evidentemente
per le difficoltà pratiche di approvvigionamento. La
Chiesa imponeva di astenersi dalla carne o da tutti i prodotti
animali, ogni settimana, il mercoledì, il venerdì,
il sabato e la vigilia delle feste e, tutti gli anni, in primavera,
durante i quaranta giorni della Quaresima. L’obbligo
di consumare, periodicamente ma spesso, un prodotto facilmente
corruttibile e caro oppure di mediocre qualità, o addirittura
l’eterna aringa secca, indisponeva il popolino contro
il clero. Per la Chiesa, comunque, anche un pesce di lusso
conservava il colore della penitenza e avrebbe protetto dagli
eccessi della carne...se pure a volte ci si avvicinava dal
riaccenderla con spezie troppo calde...
Problemi di conservazione non ne ha invece il formaggio,
tipico prodotto della gastronomia povera, che la cultura medioevale,
come l’antica, associa soprattutto al mondo dei contadini
e dei pastori. Anche nei riguardi di questo prodotto si avvia
nel Medioevo un processo di nobilitazione legato sia a fattori
di gusto, sia all’immagine del formaggio come cibo “di
magro”, sostitutivo della carne nei giorni di astinenza
infrasettimanale e di vigilia e, dal XV secolo, anche di Quaresima,
proprio come il pesce.
Significative assonanze e differenze tra cucina ricca e cucina
povera, si possono avvertire osservando con attenzione il
mondo delle conserve. A base anzitutto di sale, oltre che
di aceto, olio e altri ingredienti, resistono lungo il corso
dell’anno, costituendo la principale garanzia di sopravvivenza
in un’economia rurale che non può affidarsi al
mercato quotidiano o al capriccio delle stagioni.
Dopo tutto questo lungo discorso che vi ho fatto, possiamo
finalmente dire di aver trovato almeno una delle principali
distinzioni tra il ricco e il povero, fra il signore e il
contadino: il primo mangia cibi freschi, il secondo tendenzialmente
no. Carni, pesci, formaggi e verdure arrivano sulla tavola
del contadino con un monotono sapore di sale, ma l’importanza
delle conserve nella storia della gastronomia è anche
quella di essere un punto fondamentale di incontro fra cultura
popolare e cultura di èlite. Se il cibo trasformato
in conserva è il primo strumento per combattere la
fame, ben presto uscirà dalla sfera del bisogno per
collocarsi in quella del piacere. La chiave di lettura del
tutto, sta anche o soprattutto nell’importanza delle
città come luogo specifico di produzione e di elaborazione
della cultura; luogo per eccellenza dello scambio economico,culturale,
sociale, è l’ambito privilegiato del rimescolamento,
della contaminazione. Cultura popolare e cultura di èlite
vi si confrontano quotidianamente, mescolandosi e imitandosi
a vicenda.
I cuochi che lavorano a corte o nelle grandi famiglie, talvolta
di origine nobiliare ma più spesso popolare, sono forse
figure centrali di questo meccanismo tutto da esplorare. Resta
il fatto che i ricettari di corte esprimono una cultura socialmente
diffusa, una cultura urbana che è a sua volta cultura
regionale e nazionale. La cucina si delinea come il terreno
ideale dello scontro, ma anche dell’incontro e dello
scambio fra culture diverse.
Concludo dicendo che la grande visibilità della cucina
povera nei ricettari di èlite del Medioevo e del Rinascimento
è favorita dal lavoro del cuoco che aggiunge prodotti
nobili a una base semplice, o accosta vivande nobili a vivande
semplici.
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