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Per incuriosire e avvicinare i più scettici al nostro
“tuffo nel passato”, voglio parlarvi della pasta.
Penso che ognuno di noi abbia sentito, almeno all’inizio,
un po’ la mancanza di questo elemento condito in modo
tradizionale...già, perché alla fine, la diversità
consiste solo nel suo condimento! Ora vi spiego...
I maccheroni che etimologicamente derivano da “maccare”,
“ammaccare” ovvero ridurre a farina e
impastare (gnocchi nel significato più antico del termine),
sono una vivanda cara alla cucina contadina, quasi una variante
del pulmentum, all’insegna dell’assoluta semplicità:
farina, o pane grattugiato, mescolati con formaggio o rossi
d’uovo, fino ad ottenere polpettine da cuocere in acqua
bollente. Da altre fonti, ho appreso che già dal I°
secolo a.C Cicerone e Orazio erano ghiotti
di lagana, che indicava una schiacciata di farina tagliata
a strisce, poi cotte in acqua o fritte, cui solitamente si
fanno risalire le moderne lasagne.
Le prime notizie sulle paste alimentari ci sono state fornite
dal geografo arabo Al-Idris (circa 1100-1165) che,
nel suo Libro di Ruggero, ricorda come si esportassero
grandi quantità di pasta dalla Sicilia alla Calabria.
L’isola rappresentava allora uno dei primi grandi centri
di diffusione nel Mediterraneo delle paste alimentari. Due
secoli dopo anche la Sardegna era ormai un polo di produzione
ed esportazione di questo prodotto richiesto, attraverso una
domanda in forte crescita, sulle principali piazze commerciali.
Queste due isole avevano in comune il fatto di essere state,
fin dall’epoca romana, produttrici di quel grano duro
necessario per la produzione delle migliori paste, e al centro
di scambi economici, sociali, culturali. Nonostante le già
citate notizie su Cicerone e Orazio, saranno
il mondo arabo e quello ebraico a diffondere un nuovo uso
delle farine di grano attraverso una diversa lavorazione ed
essiccazione. Soltanto nel Mediterraneo si sviluppò
la lavorazione sia della pasta fresca che di quella secca
(la Cina conosceva la pasta già prima dell’Italia,
ma impiegava solo quella fresca).
Dal 1351 fino al 1397, nelle dogane di Cagliari si registrano
tre diversi tipi di pasta: i fideus (pasta corta,
talvolta medio - lunga); i maccaroni già citati
e l’ obra de pasta (letteralmente manufatto
di pasta, sinonimo delle diverse qualità esportate),
al primo posto nelle esportazioni.
A Pisa, già nel corso del Duecento, si producevano
le paste alimentari. Così, nel 1284, un fornaio, stipulando
un contratto di apprendistato con un nuovo garzone, aveva
specificato che questi lo avrebbe aiutato nel mestiere del
fornaio, ma anche nella fabbricazione e vendita dei vermicelli
(impastati a mano, stesi sottilmente, tagliati in lunghe strisce
e infine appesi ad asciugare su di una specie di scaletta
di legno).
Un buon mercante doveva innanzi tutto saper riconoscere la
qualità e quindi il valore di ciò che acquistava
basandosi sulla propria esperienza, ma anche attraverso vere
e proprie guide sulle quali venivano riportate misure, monete,
prodotti presenti sulle diverse piazze mercantili. In un trattato
del 1455 troviamo un’attenta descrizione di come dovevano
essere i fideus da acquistare: bisognava fare attenzione
che non fossero attaccati dai parassiti, ossia dai tarli,
perché non avrebbero avuto nessun valore e dovevano
essere sottili, bianchi e larghi.
Proprio come succede ai nostri tempi, anche nel Medioevo le
paste venivano condite in diversi modi, servite sia in brodo
che asciutte. Il binomio pasta e formaggio era già
conosciuto, e lo ritroviamo anche nelle ricette di Mastro
Martino, dove ci parla di maccaroni da cuocere in acqua
o in brodo di carne per due ore e da servire con formaggio
grattugiato, burro fresco e spezie. Finalmente nel Settecento,
grazie alla comparsa delle prime macchine per fabbricare maccheroni,
il prezzo divenne più accessibile ed i maccheroni,
serviti da secoli alle mense aristocratiche, arrivarono nei
vicoli di Napoli per essere preparati e venduti a pochi soldi
insieme agli altri cibi cotti e crudi con cui la gente comune
placava la fame e liquidava rapidamente il rito del pasto.
Agli angoli delle strade ad un certo momento trovò
posto anche la grossa caldaia del maccheronaio, affiancata
dal piatto in terraglia con la bianca piramide di formaggio
grattugiato solcata da nere righe di pepe, unico condimento
dei maccheroni plebei fino alla grande affermazione del pomodoro.
I maccheroni diventarono lunghi, cotti in acqua abbondante
(non dovevano essere sfatti) e costituirono un piatto autonomo,
non più contorno o accompagnamento di altre pietanze,
ed infine vennero poco o per niente conditi. In questa nuova
veste, con ruolo da protagonisti, non più con funzione
di contorno accanto a uova, capponi, carne, nei secoli successivi
diventarono il cibo abituale del ceto medio napoletano. Il
popolo preferiva i maccheroni “vierdi vierdi”
cioè duri al pari dei frutti ancora acerbi, in antitesi
con quelli stracotti preparati per le mense dei nobili. Infatti,
sia nei testi più antichi che in quelli ottocenteschi,
si descrive una pasta che veniva bollita a lungo in brodi
grassi e densi, e poi ancora condita con burro, formaggio,
zucchero, cannella e altre spezie, utilizzata per costruire
sontuosi timballi, formare ricchi ripieni di pollame o divenire
il raffinato contorno di deliziosi arrosti.
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