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Non mi vergogno a dire che tante ricette provate non sono
andate a buon fine e non hanno riscosso grande successo, ma
d’altro canto posso dire con estremo orgoglio che le
taverne con i menù completamente organizzati da noi,
sono state affollate di gente che se ne è andata con
la pancia piena e storicamente sazia!
Non è stato per nulla facile trovare delle ricette
che non fossero né troppo nobili, né troppo
popolari, perché noi siamo questo, un po’ una
via di mezzo: è l’accampamento delle truppe di
Sigismodo Pandolfo Malatesta e non di semplici contadini,
ma è pur sempre una cucina da campo, che deve essere
spostata continuamente e con estrema velocità: cibi
troppo raffinati sarebbero del tutto fuori luogo. Proprio
questo dilemma ha fatto nascere in noi la voglia di capire
quali fossero i cibi “si” e quali quelli “no”,
ma solo con l’esperienza le donne della Compagnia hanno
capito quali si possono cucinare in un’ora, quali sono
troppo pesanti per esser mangiati da uomini che devono da
lì a poco partire per la battaglia, quali si addicono
all’estate e quali invece a una bella serata in taverna.
Risulta tutto sommato facile riuscire a individuare i livelli
di stratificazione sociale attraverso le strutture della produzione
alimentare, nel valore simbolico di ogni comportamento alimentare,
rispetto invece ad un difficile riconoscimento del gusto alimentare.
Quasi del tutto ovvio e logico è il fatto che la cultura
scritta, le fonti documentarie, letterarie, quindi anche i
ricettari, siano stati prodotti dalle classi dominanti per
le classi dominanti, lasciando del tutto o quasi nell’ombra
ciò che riguarda la cucina povera.
Cosa certa è che i libri di ricette compaiono in Italia
dalla seconda metà del XIII secolo come elaborazione
dei primi testi e dal XIV secolo come primi manoscritti superstiti.
Due sono le principali famiglie di ricettari: una di origine
meridionale, che ha il suo capostipite nel Liber de coquina
presumibilmente prodotto alla corte angioina di Napoli; una
di origine toscana, probabilmente senese, anch’essa
diffusa in molte regioni con adattamenti anche di tipo linguistico.
Il fatto è che l’immaginario aristocratico del
tardo Medioevo e della prima Età moderna, mentre costruisce
invalicabili barriere comportamentali e in primo luogo alimentari,
tra classi dominanti e classi dominate, non esclude un quotidiano
confluire di gusti e abitudini: prodotti e sapori “
contadini” convivono tranquillamente nella cucina di
élite. I contadini non rinunciavano a certi cibi come
la selvaggina da piuma o ai frutti degli alberi solo perché
gli intellettuali li ritenevano ideali per la tavola di cortigiani
o cittadini (gli alimenti sopra citati vengono erroneamente
proposti come esclusivi di ceti superiori in alcuni testi
agronomici e dietetici del Tre - Quattrocento). D’altra
parte neppure i signori fermavano il loro appetito davanti
a cibi che nei libri venivano descritti come “tipicamente
contadini”. Quello che riusciamo a capire anche attraverso
alcuni passi del Liber de coquina (“prepara
i cavoli delicati a uso dei signori” ; “le
piccole foglie odorose si possono dare al signore”)
è probabilmente il segreto storico di tutte le ricette:
il prodotto umile viene nobilitato rendendolo simbolicamente
e gastronomicamente appartenente ad un universo diverso da
quello originario, semplice ingrediente di vivande di pregio.
Per tutta questa serie di motivi, anche l’agliata, la
salsa a base di aglio pestato nel mortaio, tipica della cucina
contadina, può comparire anche nei ricettari delle
classi alte.
In questo gioco delle parti, esiste anche un’altra possibilità:
arricchire il prodotto povero con un ingrediente prezioso,
soprattutto le spezie: una volta speziato, qualsiasi cibo
è degno della tavola del signore.
I cibi poveri per eccellenza rimangono i pulmenta,
le polente e le minestre di cereali inferiori, legumi, castagne,
i quali permettono di soddisfare il bisogno di riempire la
pancia per garantirsi la sopravvivenza quotidiana; anche le
verdure occupano un posto del tutto centrale nel panorama
della cucina più “popolare”, come ci è
ben illustrato nel ricettario di Mastro Martino,
cuoco nativo di Como (ricettario del XV secolo che solitamente
seguiamo per la preparazione dei nostri piatti, uno dei pochi
a proporre le dosi e le giuste proporzioni tra gli ingredienti;
per la prima volta il suo ricettario si presenta ordinato
in capitoli omogenei che si susseguono in ordine logico e
si apre con le carni, arrosto, allesse, stufate in tegame,
in brodo, in pasticcio) nel quale compare ogni sorta di erbetta
e di legumi come base della preparazione di minestre, torte,
frittelle.
Sappiamo con certezza che anche questo tipo di cucina che
dai più può essere definita povera, ha lasciato
tracce evidenti nei ricettari rivolti alle classi più
alte. Le “fave infrante” proposte all’inizio
del Trecento dal Liber de coquina non sono altro
che una polenta di fave, come quella che, talvolta sotto il
nome di macco, un’ampia letteratura
ci attesta comparire sulle tavole più povere; ricetta
molto semplice che può diventare assolutamente delicata
e preziosa con l’aggiunta di zucchero e spezie. La stessa
identica cosa succede per il panìco che diventa
paniccia se si aggiunge lardo e latte: ricetta contadina
davvero, se non fosse che, invece di costituire la vivanda
principale del pasto, la paniccia veniva servita in molti
casi come contorno a qualcosa di più sostanzioso…un
bel capretto arrosto? Perché no?! Le polente a base
di avena, orzo, miglio, presentate talvolta come vivande per
i malati, compaiono accanto a carni pregiate, con sopra spezie
e zucchero, merce costosissima e rivelatrice di uno status
economico piuttosto elevato.
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