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PANE E COMPANATICO
veloce panoramica sull'alimentazione nell'alto e nel tardo Medioevo

di "Germana" da Arimino


INTRODUZIONE
Parlare di alimentazione nel Medioevo è piuttosto complesso, come facilmente intuibile: da un lato le fonti in materia scarseggiano, dall’altro le poche esistenti consistono in minuziosi elenchi delle portate servite in occasione delle nozze di nobili signori, e descrivono quindi solo le abitudini alimentari dei ceti più elevati; qualche aiuto viene dallo studio degli atti di vendita dei terreni, nei quali vengono invece descritte le coltivazioni effettuate in loco; tuttavia, anche con il supporto di una documentazione sufficiente, quella che si delinea è una realtà multiforme, difficilmente inquadrabile in schemi precisi, che muta a seconda che si soffermi l’attenzione sulla pianura, la montagna, la collina, la città o la campagna, l’abbondanza o la carestia.
Questa prima considerazione permette di comprendere perché, in questa prima parte dello studio, non venga fatta alcuna menzione alle ricette del Tardo medioevo (peraltro ampiamente descritte nel Ricettario di Maestro Martino), ma si approfondisca lo studio delle fonti alimentari, dell’allevamento e dell’agricoltura, perché solo dalla loro conoscenza si può in seguito cimentarsi nella realizzazione delle ricette con la giusta consapevolezza dei materiali usati.
L’analisi prenderà avvio con una rapida panoramica sull’Alto Medioevo, per meglio comprendere i cambiamenti del Tardo Medioevo, e si concentrerà sulla Zona Adriatica, con particolare attenzione al Riminese, con qualche cenno alla zona appenninica.

ALTO MEDIOEVO
Qualora un viaggiatore dei giorni nostri avesse la possibilità di percorrere un tratto di campagna nell’Alto Medioevo, attraverserebbe un territorio che gli studiosi descrivono con due parole latine: terra et silva. Piccoli appezzamenti coltivati spuntavano, come isole, in mezzo alla vegetazione incolta ed alla boscaglia, mentre i boschi si estendevano su ampie zone. Vasti prati lasciati a pascolo erano divisi da muretti e percorsi da stretti sentieri, attraversati da canali o da laghetti pescosi.
Gli spazi coltivati erano sensibilmente diminuiti dopo la caduta dell’Impero romano e quelli rimasti erano sentiti come sufficienti per rispondere alle esigenze di sopravvivenza. L’atteggiamento nei confronti delle zone incolte non era negativo: esse non erano un ostacolo, una zona da disboscare, ma venivano sfruttate per ciò che potevano dare, considerandole parte dell’esistenza stessa. Dallo studio dei documenti relativi alle cessioni di fondi agricoli si evince infatti che essi erano composti generalmente da un campo coltivato, una zona boschiva e spesso anche di uno specchio d’acqua, che contribuivano a determinare il valore del fondo.
I fondi erano coltivati soprattutto a cereali, frumento, orzo, segale, farro, con una prevalenza di frumento e orzo nella zone di influenza romana, e di segale nella zona longobarda.
Nel Riminese abbiamo tracce di una foresta che veniva chiamata la Miciana di cui oggi non rimane nulla.
I boschi veniva sfruttati soprattutto come territorio di caccia e come riserva di legna, ma anche per l’allevamento dei porci (che mangiavano le ghiande). Ciò si deduce dal fatto che in atti di cessione di terreni, si faceva sempre menzione al bosco, ed il suo valore era computato in base a quanti porci poteva nutrire.
Va però sottolineato che l’allevamento dei porci è di derivazione longobarda, e diminuisce quindi notevolmente nelle zone di pianura, dove maggiore era l’influenza lasciata dai romani. Nella Romagna e nelle Marche si privilegiava pertanto l’allevamento degli ovini, facilitato anche dalle vaste zone erbose che si trovavano vicino alla costa.
Dunque le zone di influenza germanica erano caratterizzate dall’allevamento suino, e quelle di influenza romanica da quello ovino.

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