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Pellanda o vestito: era una sopraveste molto fluente e spesso panneggiata con pieghe piatte o ‘a cannoncino’ che ne accentuavano la ricchezza; caratterizzata da vita alta (la cintura era collocata di norma appena sotto il seno) e maniche, che potevano essere larghe oppure aderenti, da preziosità di tessuti e di ornamenti (frange, guarnizioni in oro o argento), la pellanda era indossata sopra la gamurra esclusivamente dalle donne delle categorie sociali privilegiate e poteva addirittura essere doppiata di pelliccia pregiata;
Gabano: con questo termine i documenti d’archivio indicano un tipo di mantello, ma a Rimini anche una sopraveste femminile invernale, simile alla pellanda per tessuti e ornamenti impiegati nella sua confezione ma con maniche staccabili;
Giornea: elegante sopraveste di origine militare, mutuata dal guardaroba maschile. Il modello muliebre era largo, lungo fino alle caviglie (spesso corredato da strascico), senza maniche e aperto sui fianchi; la giornea veniva indossata dalle donne sopra la cotta nella stagione estiva (se foderata di pelliccia, la giornea poteva diventare però anche un indumento invernale);
Mantello: attestato in diverse fogge e colori: le donne anziane lo portavano di norma lungo, a tinta unita e di colore scuro, mentre per le donne giovani esistevano ma ?ntelline corte e di colori vivaci; talvolta i mantelli erano foderati con tessuto di colore diverso da quello esterno, per creare vivaci contrasti cromatici.
Vi erano poi calcetti corti di lino (corrispondenti alle nostre calze), che venivano tenuti tesi con strisce di tessuto dette ‘correggini’;
Scarpe: il modo femminile più comune di calzarsi erano le calze solate (le indossa ad esempio la principessa nell’affresco di San Giorgio e il drago di Paolo Uccello), lunghe, aderenti e di colori vivaci, però non si potevano lavare spesso. A partire dai primi decenni del Quattrocento, soprattutto in Italia settentrionale, le donne calzano al di sopra delle calze scarpette o caligae, con suola di cuoio e tomaia di stoffa (panno di lana o, negli esempi più sfarzosi, velluto e addirittura broccato d’oro). Queste calzature, tuttavia, probabilmente erano troppo delicate per le donne delle classi popolari (impegnate in lavori domestici o in attività agricole stagionali o ancora a gestire il vettovagliamento negli accampamenti a seguito dei mariti/fratelli militari) ed in effetti vi sono testimonianze iconografiche che documentano l’uso per le popolane di indossare scarpe di cuoio, simili a stivaletti, modulate sull’abbigliamento maschile. Caratteristiche sono poi le pianelle (dette anche zibre a Milano e calcagnini a Ven ?ezia e in Toscana), con la punta arrotondata: si tratta di suole costituite da parecchi strati sovrapposti di cuoio o di legno, talvolta fissate al piede da larghe strisce di cuoio o stoffa robusta, che non coprono il calcagno. Questo tipo di calzatura serviva a riparare il piede dal fango e dall’immondizia della via, ma divenne presto quasi un vezzo femminile: in Toscana vi erano disposizioni normative che vietavano alle donne di portare pianelle più alte degli odierni 10 cm, leggi del 1430 addirittura le vietavano perché le cadute provocate dall’uso di pianelle troppo alte provocava aborti, ma ancora nel 1494 un cronista veneziano descrive ironicamente le donne della città lagunare su alte pianelle, come gigantesse che, quando uscivano, dovevano essere sorrette da due schiave per poter camminare.

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